La storia di Caposele
Quando si arriva a Caposele, la prima cosa che si percepisce è il suono dell’acqua. Non un rumore fragoroso, ma un respiro costante, antico, che sembra provenire dalle viscere della montagna. Non è un caso: Caposele nasce proprio dall’acqua, e il suo nome lo racconta da secoli. Caput Silaris, “capo del Sele”, l’inizio del grande fiume che da qui prende vita e attraversa la Campania fino al Tirreno.
Questa etimologia non è un dettaglio linguistico: è la chiave per comprendere tutto ciò che Caposele è stata e continua a essere.
Le origini: tra storia e leggenda
Secondo Giuseppe Antonini, geografo del Settecento, Caposele sarebbe nata in un periodo turbolento, durante le guerre tra Sanniti e Romani. Qui, lontano dai campi di battaglia, si sarebbero rifugiati uomini e famiglie in fuga dagli scontri, dando vita a un primo nucleo abitato.
Ma la storia di Caposele affonda le radici ancora più indietro. Lo scrittore romano Paolo Orosio racconta che proprio a Caput Sylaris avvenne la sanguinosa sconfitta di Spartaco. La grande rivolta degli schiavi, che aveva scosso Roma, si sarebbe conclusa qui, presso le sorgenti del Sele. È un’immagine potente: un esercito in fuga, la montagna che si stringe intorno, l’acqua che scorre indifferente alla tragedia umana.
Un’altra ipotesi, affascinante e suggestiva, lega Caposele alle popolazioni greche provenienti dalla Paflagonia, in Asia Minore. Questi coloni, giunti nell’antica Poseidonia – l’attuale Paestum – avrebbero risalito il corso del fiume fino alle sue sorgenti, lasciando tracce nel nome del Monte Paflagone e forse anche nel nome del Sele.
I Romani e i “fiumi gemelli”
I Romani conoscevano bene questo territorio. Dalla contrada Oppidum, un punto strategico posto dietro il Paflagone, controllavano l’accesso non solo al Sele ma anche all’Ofanto. Consideravano i due corsi d’acqua “fiumi gemelli”: nascono sotto la stessa catena montuosa e scorrono in direzioni opposte, uno verso il Tirreno e l’altro verso l’Adriatico. Per loro erano un confine naturale tra l’Italia centrale e quella meridionale. Oggi possiamo dire che questi due fiumi sono gemelli anche nel destino: entrambi, in modi diversi, dissetano la Puglia. L’Ofanto lo fa in superficie, seguendo il suo corso naturale. Il Sele, invece, è stato “imbrigliato” dall’ingegno umano, incanalato nelle gallerie dell’Acquedotto Pugliese per portare acqua a una terra assetata.
Un territorio modellato dall’acqua
La presenza di abbondanti acque sorgive fu certamente il motivo principale che spinse i primi abitanti a stabilirsi qui. L’acqua era vita, energia, lavoro. E per secoli ha determinato la storia del paese. Nel Medioevo il territorio passò nelle mani degli Svevi e poi degli Angioini. Nel 1494 Caposele ottenne un privilegio raro: il titolo di Universitas, cioè la possibilità di eleggere un sindaco e amministrare la giustizia. Fu in quel periodo che gli abitanti scelsero il loro santo patrono, San Lorenzo, e adottarono uno stemma comunale. Ma la storia non fu sempre benevola. La peste del 1656 e il terremoto del 1694 decimarono la popolazione. Nel 1714 il territorio fu affidato a Inigo Rota, che divenne principe della Terra di Caposele. Fu lui a donare i suoi boschi a Sant’Alfonso per costruire la Basilica di Mater Domini. Nel 1771 il feudo passò a Carlo Lagni, marito di Ippolita Rota. Poi, nel 1806, una legge francese abolì la feudalità. I signori preferirono la vita mondana di Napoli alle montagne irpine, e Caposele tornò lentamente a essere una comunità autonoma, legata alla terra e all’acqua.
Il paese tra Settecento e Ottocento
Nel XVIII secolo Caposele aveva già assunto la sua forma attuale:
- il castello
- gli agglomerati dei notabili fuori le mura
- l’area di Capo di Fiume
- il casale di Pianello
- le Grotte
Lungo il Sele fiorirono attività commerciali: frantoi, mulini, gualchiere. La forza dell’acqua muoveva tutto: macine, ruote, telai. Era un’economia semplice ma vitale, che rimase attiva fino ai primi anni del Novecento, quando la grande impresa dell’Acquedotto Pugliese cambiò per sempre il destino del paese.
Storia del Sele - Il fiume che pietrifica
Il Sele è un fiume antico, circondato da miti e osservazioni scientifiche che si intrecciano da millenni. L’etimologia del nome è discussa:
- in lingua celtica Sel o Sil significa “acqua”,
- ma è più probabile un’origine greca, legata alla Paflagonia e alla parola Seila, come appare in antiche medaglie di Paestum.
I Greci lo chiamavano Silaris, i Romani Silarus o Siler. Ma ciò che più affascinava gli antichi era una sua presunta proprietà: pietrificare il legno. Aristotele, nel IV secolo a.C., scrive che nel fiume Ceto – che molti identificano con il Sele – gli oggetti immersi prima galleggiavano e poi si indurivano come pietra. Strabone conferma: i ramoscelli immersi nelle sue acque “sassificano pur conservando la forma e il colore”. Plinio il Vecchio aggiunge che non solo i rami, ma anche le foglie si trasformano in pietra. Silvio Italico, poeta latino, lo descrive con versi splendidi: “Con quei che beon del Silaro che i rami, come si narra, entro a suoi gorghi impietra.” Ancora nel Settecento, un ecclesiastico di Capaccio scriveva che il Sele “cangia in pietra ciò che in esso si gitta”, citando Aristotele, Plinio e Silio Italico. Oggi sappiamo che si tratta di un fenomeno di calcificazione: l’acqua, ricca di carbonato di calcio, deposita strati minerali sugli oggetti immersi. Ma il fascino del mito resta intatto.
Un luogo dove storia e acqua si intrecciano
Caposele non è solo il punto in cui nasce il Sele. È un luogo dove storia, geologia, leggende e ingegneria si intrecciano in un racconto unico. Qui l’acqua non è un elemento naturale: è una presenza che ha guidato le scelte degli uomini, ha modellato il territorio, ha alimentato economie, ha ispirato miti e ha reso possibile una delle opere più straordinarie d’Europa: l’Acquedotto Pugliese. Raccontare Caposele significa raccontare un’Italia che ha saputo trasformare un dono della montagna in un’opera di civiltà. E significa ricordare che l’acqua, prima di essere infrastruttura, è storia, memoria, identità.
Il viaggio dell’acqua
Quando si arriva a Caposele, si ha la sensazione di trovarsi in un luogo in cui l’acqua non è solo un elemento naturale, ma una presenza viva, quasi un personaggio che accompagna la storia del paese da millenni. Qui, ai piedi del Monte Paflagone, nasce il Sele, uno dei fiumi più importanti dell’Italia meridionale, e qui inizia anche il lungo viaggio dell’Acquedotto Pugliese. Per comprendere davvero questo luogo, bisogna partire dall’alto, dal Monte Cervialto. È lì che tutto comincia.
L’origine dell’acqua: un viaggio sotterraneo
Le acque che alimentano il Sele si raccolgono nel grande bacino idrogeologico che circonda il Monte Cervialto, la vetta più alta dei Monti Picentini con i suoi 1809 metri. Da lì, invisibili, scorrono nel sottosuolo seguendo una complessa struttura di scaglie tettoniche. È un percorso lento, silenzioso, che attraversa l’altopiano montuoso tra la valle del Calore, quella del Sele e la valle dell’Ofanto. L’acqua avanza sotto terra come se seguisse un’antica mappa naturale, fino a raggiungere le rocce del Monte Paflagone. Qui, a 420 metri sul livello del mare, sgorga la Sorgente Sanità, la prima grande apparizione del Sele. Pochi metri più in basso, a 415 metri, le acque si raccolgono nella Sorgente Tredogge, dove il fiume prende forma e inizia il suo viaggio di 64 chilometri verso il Mar Tirreno, sfociando a Paestum. Queste sorgenti sono classificate come sorgenti di sfioramento: la montagna, fatta di rocce calcaree e porose, trattiene l’acqua come una gigantesca spugna. Quando è piena, l’acqua trabocca naturalmente, emergendo all’esterno come un “troppo pieno”. È un sistema perfetto, che garantisce stabilità e purezza.
Il luogo dove nasce l’Acquedotto Pugliese
La parte più antica dell’Acquedotto si trova proprio qui, nel centro di Caposele, in Piazza Sanità. Oltre una cancellata verde scuro, un sentiero lastricato conduce alla sorgente. Sulla destra si incontra una palazzina in stile liberty: è la sede originaria dell’EAAP, l’Ente Autonomo per l’Acquedotto Pugliese. Costruita nel 1909, è il primo edificio in cemento armato del Novecento in Italia. Oggi ospita la stazione dei Carabinieri, ma conserva intatto il suo valore simbolico. A sinistra del viale, un’iscrizione in pietra ricorda un importante studio realizzato nel 1981 grazie ai fondi della Cassa per il Mezzogiorno: un modello matematico che collegava le precipitazioni atmosferiche alle portate delle sorgenti, utile per programmare la gestione idrica dell’intero sistema. Più avanti, sulla destra, si trova l’impianto originario del 1909, ancora perfettamente funzionante. Qui si può osservare l’acqua che scorre, incanalata e convogliata verso la grande galleria Pavoncelli. Accanto all’edificio, una fontanina in ghisa permette di bere l’acqua così come sgorga dalla sorgente, prima di qualsiasi trattamento. Chi la assaggia parla di un’esperienza quasi mistica: “l’acqua ha un sapore di acqua”, dicono, stupiti dalla sua purezza primordiale.
Caposele durante la guerra: storie di coraggio
Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Acquedotto Pugliese divenne un obiettivo strategico. Nel 1941 gli inglesi tentarono di sabotarlo con l’Operazione Colossus, il primo lancio di guerra dei paracadutisti britannici. L’obiettivo era il viadotto sul torrente Tràgino, vicino Calitri, dove passava il grande canale adduttore che riforniva la Puglia e i porti di Taranto, Brindisi e Bari. Il lancio fu impreciso: i paracadutisti finirono lontani dal bersaglio e costrinsero alcuni civili a trasportare l’esplosivo fino ai ponti-canale del Tragino e della Ginestra. Le cariche esplosero, ma i danni furono minimi: l’EAAP aveva predisposto tubazioni di scorta e reti anti-siluro. In due giorni tutto fu riparato e l’acqua mancò solo per poche ore. Tre anni dopo, durante la ritirata tedesca, la Galleria Pavoncelli rischiò di essere minata. Ma il personale dell’EAAP e la popolazione locale, sotto minaccia delle armi, riuscirono a depistare i soldati, convincendoli a posare le cariche in punti non pericolosi. Un episodio di coraggio civile che salvò l’acquedotto.
Lo slargo della Sorgente Sanità e la chiesa “separata”
La storia dello slargo della sorgente Sanità inizia nel 1837, quando fu ricostruita la chiesa dedicata alla Madonna della Sanità. La precedente chiesa settecentesca era stata eretta come ringraziamento per la fine della peste che aveva devastato Caposele: su 3000 abitanti, ne morirono oltre 2500. La chiesa era circondata da rivoli d’acqua che ne esaltavano il significato simbolico. Nel 1906, con l’inizio dei lavori dell’Acquedotto, parte dell’abitato e la chiesa furono spostati. Il campanile, però, rimase nella sua posizione originaria. Una leggenda racconta che due ingegneri coinvolti nello spostamento morirono prematuramente e il terzo, impaurito, decise di lasciare almeno il campanile dov’era. In realtà, non era d’ostacolo ai lavori. Oggi, questa separazione tra chiesa e campanile è una caratteristica rarissima e un simbolo del parco.
Un paese modellato dall’acqua
Fino ai primi del Novecento, l’economia locale era basata sul fiume:
- mulini,
- frantoi,
- gualchiere per lavare e lavorare la lana.
La lana veniva poi tinta e stesa ad asciugare sulla “preta r’ la tenda”, la pietra della tintura, poco distante da Piazza Sanità. Anche gli abitanti dei paesi vicini venivano qui per acquistare lana e farina. La costruzione dell’Acquedotto Pugliese trasformò completamente l’assetto urbanistico: i corsi d’acqua furono coperti e incanalati, lo slargo fu ridisegnato e nacque la nuova Piazza Sanità, inaugurata nel 1910.
La nascita dell’Acquedotto Pugliese
Il parco delle sorgenti del Sele è stato definito da Ungaretti “Anfiteatro dell’Acqua”. È qui che nasce uno degli acquedotti più importanti del mondo. La storia inizia nel 1847, quando una commissione borbonica studiò come portare acqua potabile in Puglia. Nel 1868 l’ingegnere Camillo Rosalba immaginò per primo la deviazione delle acque del Sele verso la Puglia. Nel 1901 lo Stato stanziò un milione di lire. Nel 1902, con la legge n. 245, fu istituito l’EAAP. Nel 1906 iniziarono i lavori. Il primo presidente fu Giuseppe Pavoncelli, a cui è dedicata la galleria principale. Il 24 aprile 1915 l’acqua arrivò per la prima volta a Bari. Nel 1939 raggiunse Santa Maria di Leuca. L’acquedotto resistette a due guerre mondiali e al terremoto del 1980. Grazie all’acqua, la Puglia conobbe un grande sviluppo agricolo e industriale. Nel 1934 Giuseppe Ungaretti visitò Caposele e ne scrisse nel libro Il deserto e dopo.
La Sala Macchine - Il chilometro zero
Questa stanza è il chilometro zero dell’Acquedotto Pugliese. L’impianto del 1909, ancora funzionante, è dotato di quattro valvole che permettono di deviare il flusso in caso di manutenzione. La portata media è di 4000 litri al secondo, con punte di 6000 l/s. L’acqua è purissima, batteriologicamente perfetta, con temperatura costante tra 8 e 9 gradi. Le camere di manovra conservano le chiuse originali con la scritta “Acquedotto Pugliese” e l’anno 1909. Il fragore dell’acqua è così forte che è difficile parlarsi. Da qui l’acqua entra nella galleria Pavoncelli e inizia il suo viaggio:
- 4 km/h di velocità,
- 40 cm di dislivello ogni chilometro,
- 1 giorno e mezzo per arrivare a Bari,
- 2 giorni e mezzo per raggiungere Santa Maria di Leuca, senza consumare un solo watt di energia elettrica.
La Galleria Pavoncelli - Il grande valico
La galleria Pavoncelli, lunga circa 15 km, attraversa l’Appennino da Caposele verso est. È collegata alla sorgente tramite la galleria Rosalba e un edificio misuratore che scavalca il Vallone Acqua delle Brecce. Nel 1960 fu realizzato il collegamento con le sorgenti del Calore a Cassano Irpino. Le acque arrivano tramite una galleria di gronda a 460 metri di quota e tre condotte forzate. Dopo la guerra fu costruita una nuova galleria, utilizzando i materiali di scavo per sagomare l’opera: un esempio di infrastruttura “a chilometro zero”.
Conclusione – Dove tutto comincia
Visitare Caposele significa assistere alla nascita dell’acqua che disseta milioni di persone. Significa vedere come natura, storia, ingegneria e comunità si intrecciano in un racconto unico. Qui, sotto il Monte Paflagone, il Sele non è solo un fiume: è un simbolo di vita, di resilienza e di ingegno umano.
La storia di Leone Cuozzo
La storia di Leone Cuozzo è una di quelle vicende che rischiano di scivolare via dal ricordo collettivo, e che invece meritano di essere custodite come un patrimonio morale. Nato a Caposele il 9 gennaio 1927, Cuozzo era un dipendente dell’Acquedotto Pugliese e viveva con la sua famiglia nei pressi della galleria Pavoncelli, l’opera monumentale che da oltre un secolo permette alle acque campane di attraversare l’Appennino e raggiungere la Puglia. Il 23 novembre 1980, quando la terra tremò in Irpinia e il terremoto devastò il Mezzogiorno, la Pavoncelli riportò danni gravissimi. In quelle ore concitate, mentre il panico dilagava e le comunicazioni erano interrotte, Leone Cuozzo comprese immediatamente la portata del pericolo: le lesioni alla galleria avrebbero potuto provocare conseguenze ancora più drammatiche per l’intero sistema idrico. Nonostante la paura, nonostante l’angoscia per i suoi figli - che in quel momento risultavano dispersi - Cuozzo scelse di restare al suo posto. Con un piccolo gruppo di colleghi, affrontò una corsa contro il tempo, compiendo tutte le manovre possibili per mettere in sicurezza l’infrastruttura e scongiurare un disastro ancora maggiore. Un gesto compiuto senza esitare, in condizioni estreme, guidato solo dal senso del dovere e dalla responsabilità verso la comunità. L’Acquedotto Pugliese ha dedicato a Leone Cuozzo il potabilizzatore che immette in rete l’acqua dell’invaso di Conza della Campania: un modo per rendere permanente la memoria del suo sacrificio.
